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Storia del pensiero cinese



 Nell’opera attribuita ad un discepolo di Xunzi, il Maestro Han Fei, morto nel 233 a.C. (Han Feizi), troviamo l’identificazione di tale legge con l’ordine universale, Dao. Partendo dal presupposto che l’universo non condivide i sentimenti dell’uomo (la clemenza e la generosità), e che l’uomo d’altra parte è condizionato dai suoi istinti, egli affermava che la legge corrisponde all’ordine naturale in quanto asseconda le tendenze di attrazione e repulsione dell’uomo indirizzandolo con le ricompense e scoraggiandolo con le pene. Essa sola può garantire quindi la riconciliazione fra natura e civiltà, fra individuo e società: la spontaneità e automaticità del suo funzionamento non dipende dalla moralità della natura umana, ma dal funzionamento della legge che si serve degli istinti umani; proprio grazie alle loro passioni e ai loro istinti, gli uomini possono essere governati in una società ordinata. Come per il principio daoista del «non-agitarsi» (wuwei), gli uomini politici non necessitano di particolari sforzi o di ingegno, ma basta loro attenersi alla legge, applicarla, senza distinzione di ceto o funzione, con un atteggiamento di impassibilità nel senso originario del termine (wuxin).

Paolo Santangelo, Storia del pensiero cinese, Newtoncompton Editori.



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