«Ebbene, Erissimaco», disse Aristofane, «ho proprio in animo di parlare diversamente da come sia tu che Pausania avete parlato. Mi sembra infatti che gli uomini non si rendano conto per nulla della potenza dell’amore, poiché, se l’avvertissero, certo costruirebbero per lui i più grandi templi, ed altari, e gli offrirebbero i sacrifici più grandi; non già come ora, in cui nulla di ciò accade per lui, mentre più di tutto dovrebbe accadere. È invero, tra gli dèi, il più amico degli uomini, poiché degli uomini è protettore, e medico di quei mali, la cui guarigione sarebbe per il genere umano la più grande felicità. Io cercherò ora di spiegarvi qual è la sua potenza, e voi sarete maestri agli altri. Ma dapprima occorre che voi impariate che cos’è la primitiva natura umana, e le modificazioni da essa subite. Anticamente, infatti, la nostra natura non era la stessa di ora, ma differente. Anzitutto, invero, i generi dell’umanità erano tre, e non due — come adesso —, il maschio e la femmi...