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M. HEIDEGGER "TEMPO E ESSERE": ESSO DA'

All’inizio del pensiero occidentale è pensato l’«essere», ma non l’«Esso dà» in quanto tale. Quest’ultimo si sottrae a favore del dono che Esso dà, e questo dono sarà in seguito pensato e definito concettualmente come l’essere con riferimento esclusivo all’ente.

Il dare che, dando soltanto il suo dono, trattiene e sottrae se stesso, noi lo chiamiamo il destinare. Dovendo pensare il dare non in questo senso, allora l’essere che si dà è il «destinato». In questa forma è destinato ciascuno dei suoi mutamenti. Ciò che è storico della storia dell’essere si determina a partire da un destinare che ha il carattere di destino e non da un presunto e imprecisato accadere inteso come una successione di accadimenti.

Storia dell’essere significa destino dell’essere nelle cui destinazioni, tanto il destinare quanto Chi destina, col loro annunciarsi, nel contempo si astengono. Astenersi si dice in greco εποχή. Da qui deriva l’espressione «Epoche del destino dell’essere». In tale espressione , «epoca» non indica un periodo di tempo nell’accadere inteso come un succedersi di accadimenti, bensì il tratto fondamentale che caratterizza il destinare come un astenersi che trattiene di volta in volta se stesso a favore della percepibilità del dono, cioè dell’essere – l’essere considerato dal punto di vista del sondare l’ente nel suo fondamento. Le epoche del destino dell’essere non si succedono secondo un ordine casuale, benché non sia nemmeno possibile stabilirlo come necessario mediante un calcolo. Nondimeno nell’insieme delle destinazioni si annuncia ciò che conviene, ossia ciò che è opportuno alle diverse epoche nel loro coappartenersi. Ogni epoca si succede ad un’altra ricoprendola, cosicché l’iniziale destinazione dell’essere come presenza è in vario modo sempre più coperta.

M. Heidegger Tempo e essere

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EPILOGO

Egregi spettatori, or non siate scontenti.
Forse v’aspettavate che finisse altrimenti.
Una leggenda d’oro avevamo inventata,
ma poi, strada facendo, in male s’è cambiata.
E sgomenti vediamo a sipario caduto
Che qualunque problema è rimasto insoluto.
Per di più, siete in diritto di dirci:
«Volete che veniamo? Dovete divertirci!»
Inutile inseguire pretesti e schermi vani:
siam falliti se non battete le mani!
Forse che la paura ha spento l’inventiva?
Si è già visto altre volte. Ma un’altra via d’uscita neanche i vostri soldi han saputo ispirarla.
Deve cambiare l’uomo? O il mondo va rifatto?
Ci voglion altri Dei? O nessun Dio affatto?
Siamo annientati, a terra, e non solo per burla!
Né v’è modo d’uscir dalla distretta
se non che voi pensiate sin da stasera stessa
come a un’anima buona si può dare aiuto,
perché alla fine il giusto non sia sempre battuto.
Presto, pensate come ciò sia attuabile!
Una fine migliore ci vuole, è indispensabile!
B. Brecht L’anima buona del Sezuan

CANTO DEL GALLO DEL POSITIVISMO

Storia di un errore
1. Il modo vero, attingibile dal saggio, dal pio, dal virtuoso, - egli vive in esso, lui stesso è questo mondo.
(La forma più antica dell’idea, relativamente intelligente, semplice, persuasiva. Trascrizione della tesi “Io, Platone, sono , la verità”).
2. Il mondo vero, per il momento inattingibile, ma promesso al saggio, al pio, al virtuoso (“al peccatore che fa penitenza”).
(Progresso dell’idea: essa diventa più sottile, più capziosa, più inafferrabile – diventa donna, si cristallizza..).
3. Il mondo vero, inattingibile, indimostrabile, impromettibile, ma già in quanto pensato una consolazione, un obbligo, un imperativo.
(In fondo l’antico sole, ma attraverso nebbia e scetticismo; l’idea sublimata,pallida, nordica, königsbergica).
4. Il mondo vero – inattingibile? Comunque non raggiunto. E in quanto non raggiunto, anche sconosciuto. Di conseguenza neppure consolante, salvifico, vincolante: a che ci potrebbe vincolare qualcosa di sconosciuto?...
(Grigio mattino. Primo sbad…

UNIVERSO CONCENTRAZIONARIO

Da tale premessa si ricava il carattere principale dell’universo concentrazionario, il quale non è una istituzione penale, creata per la punizione e repressione di delitti e crimini, ma piuttosto una struttura politica di sradicamento del tessuto sociale mediante lo strappo e la cancellazione dalla società di interi settori e gruppi.
A ciò si perviene, in primo luogo, attraverso la deportazione in massa e l’internamento di intere minoranze etniche e, inoltre, mediante l’internamento di categorie produttive (ad esempio, i coltivatori in proprio) e professionali (ad esempio, ingegneri, avvocati, militari, medici). In secondo luogo, uno stato complessivo di sradicamento sociale deriva dal trattamento riservato nei campi ai prigionieri. È chiaro che le esecuzioni in massa – nelle camere a gas o per fucilazione o colpo alla nuca o nei forni crematori – cancellano di per sé centinaia di migliaia di persone, e che altre masse umane periscono nei campi per stenti, maltrattamenti, torture. Ma p…