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RINNOVARE LA FILOSOFIA


L’idea che l’apprendimento del linguaggio non sia un veramente un apprendimento, ma piuttosto una maturazione di una capacità innata in un ambiente particolare (un po’ come l’acquisizione del canto di richiamo da parte di una specie di uccelli, che deve ascoltare il richiamo da parte di un adulto della stessa specie per apprenderlo, ma ha anche una propensione innata ad acquisire quello specifico richiamo), conduce, nella sua forma estrema, a essere pessimisti sulla probabilità che l’uso umano del linguaggio naturale possa essere simulato con successo da un computer; e questo è il motivo per cui Chomsky è pessimista sui progetti di elaborazione via computer del linguaggio naturale, sebbene condivida con i ricercatori dell’IA il modello computazionale del cervello, o quanto meno dell’«organo del linguaggio». Si noti che questa concezione pessimistica secondo cui l’induzione non è una capacità singola, ma piuttosto la manifestazione di una natura umana complessa, la cui simulazione al computer richiederebbe un sistema di subroutines così grande che ci vorrebbero generazioni di ricercatori per formalizzare anche solo una piccola parte di esso. Allo stesso modo, la concezione ottimistica che vi sia un algoritmo (di dimensioni trattabili) per la logica induttiva è parallela alla concezione ottimistica dell’apprendimento del linguaggio: che esista un’euristica per l’apprendimento più o meno neutrale rispetto alla materia, e che questa euristica sia sufficiente (senza l’aiuto di un bagaglio intrattabilmente grande di conoscenze di sfondo fisicamente realizzate in noi) per l’acquisizione del linguaggio naturale, come in generale per l’esecuzione di inferenze induttive. Forse la concezione ottimistica è corretta; ma non vedo nessuno, né nel campo dell’intelligenza artificiale né in quello della logica induttiva, che abbia idee interessanti su come funzioni la strategia di apprendimento neutrale rispetto alla materia.
H. Putnam Rinnovare la filosofia

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EPILOGO

Egregi spettatori, or non siate scontenti.
Forse v’aspettavate che finisse altrimenti.
Una leggenda d’oro avevamo inventata,
ma poi, strada facendo, in male s’è cambiata.
E sgomenti vediamo a sipario caduto
Che qualunque problema è rimasto insoluto.
Per di più, siete in diritto di dirci:
«Volete che veniamo? Dovete divertirci!»
Inutile inseguire pretesti e schermi vani:
siam falliti se non battete le mani!
Forse che la paura ha spento l’inventiva?
Si è già visto altre volte. Ma un’altra via d’uscita neanche i vostri soldi han saputo ispirarla.
Deve cambiare l’uomo? O il mondo va rifatto?
Ci voglion altri Dei? O nessun Dio affatto?
Siamo annientati, a terra, e non solo per burla!
Né v’è modo d’uscir dalla distretta
se non che voi pensiate sin da stasera stessa
come a un’anima buona si può dare aiuto,
perché alla fine il giusto non sia sempre battuto.
Presto, pensate come ciò sia attuabile!
Una fine migliore ci vuole, è indispensabile!
B. Brecht L’anima buona del Sezuan

CANTO DEL GALLO DEL POSITIVISMO

Storia di un errore
1. Il modo vero, attingibile dal saggio, dal pio, dal virtuoso, - egli vive in esso, lui stesso è questo mondo.
(La forma più antica dell’idea, relativamente intelligente, semplice, persuasiva. Trascrizione della tesi “Io, Platone, sono , la verità”).
2. Il mondo vero, per il momento inattingibile, ma promesso al saggio, al pio, al virtuoso (“al peccatore che fa penitenza”).
(Progresso dell’idea: essa diventa più sottile, più capziosa, più inafferrabile – diventa donna, si cristallizza..).
3. Il mondo vero, inattingibile, indimostrabile, impromettibile, ma già in quanto pensato una consolazione, un obbligo, un imperativo.
(In fondo l’antico sole, ma attraverso nebbia e scetticismo; l’idea sublimata,pallida, nordica, königsbergica).
4. Il mondo vero – inattingibile? Comunque non raggiunto. E in quanto non raggiunto, anche sconosciuto. Di conseguenza neppure consolante, salvifico, vincolante: a che ci potrebbe vincolare qualcosa di sconosciuto?...
(Grigio mattino. Primo sbad…

UNIVERSO CONCENTRAZIONARIO

Da tale premessa si ricava il carattere principale dell’universo concentrazionario, il quale non è una istituzione penale, creata per la punizione e repressione di delitti e crimini, ma piuttosto una struttura politica di sradicamento del tessuto sociale mediante lo strappo e la cancellazione dalla società di interi settori e gruppi.
A ciò si perviene, in primo luogo, attraverso la deportazione in massa e l’internamento di intere minoranze etniche e, inoltre, mediante l’internamento di categorie produttive (ad esempio, i coltivatori in proprio) e professionali (ad esempio, ingegneri, avvocati, militari, medici). In secondo luogo, uno stato complessivo di sradicamento sociale deriva dal trattamento riservato nei campi ai prigionieri. È chiaro che le esecuzioni in massa – nelle camere a gas o per fucilazione o colpo alla nuca o nei forni crematori – cancellano di per sé centinaia di migliaia di persone, e che altre masse umane periscono nei campi per stenti, maltrattamenti, torture. Ma p…