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FUSIONE DI ORIZZONTI


Se però non esistono tali orizzonti distaccati, perché si parla di una fusione di orizzonti e non semplicemente della costruzione di un unico orizzonte che allarga i suoi confini alla profondità della tradizione? Porre questo problema significa riconoscere la peculiarità della situazione in cui si trova il comprendere quando diviene compito scientifico, e riconoscere nello stesso tempo che si tratta appunto di enucleare finalmente le linee di questa situazione in quanto situazione ermeneutica. Ogni incontro con il dato storico, che si compia con un’esplicita coscienza storiografica, sperimenta in sé la tensione tra testo da interpretare e presente dell’interprete. Il compito dell’ermeneutica consiste nel non lasciare che questa tensione venga coperta e obliata in un malaccorto atto di livellamento dei due momenti, ma venga invece consapevolmente esplicitata. Per questo, l’atto ermeneutico implica necessariamente la delineazione di un orizzonte storiografico che si distingue dall’orizzonte del presente. La coscienza storica è consapevole della propria alterità e distingue perciò l’orizzonte del dato storico trasmesso dal proprio orizzonte. Questa alterità, però, come ci siamo sforzati di mostrare, emerge solo nel senso di una tradizione vivente; per cui la coscienza storica, mentre distingue, anche nello stesso tempo riunisce i due poli della distinzione, di modo che, nell’unità dell’orizzonte storico che definisce, essa media sé con se stessa.
H. G. Gadamer Verità e metodo

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EPILOGO

Egregi spettatori, or non siate scontenti. Forse v’aspettavate che finisse altrimenti. Una leggenda d’oro avevamo inventata, ma poi, strada facendo, in male s’è cambiata. E sgomenti vediamo a sipario caduto Che qualunque problema è rimasto insoluto. Per di più, siete in diritto di dirci: «Volete che veniamo? Dovete divertirci!» Inutile inseguire pretesti e schermi vani: siam falliti se non battete le mani! Forse che la paura ha spento l’inventiva? Si è già visto altre volte. Ma un’altra via d’uscita neanche i vostri soldi han saputo ispirarla. Deve cambiare l’uomo? O il mondo va rifatto? Ci voglion altri Dei? O nessun Dio affatto? Siamo annientati, a terra, e non solo per burla! Né v’è modo d’uscir dalla distretta se non che voi pensiate sin da stasera stessa come a un’anima buona si può dare aiuto, perché alla fine il giusto non sia sempre battuto. Presto, pensate come ciò sia attuabile! Una fine migliore ci vuole, è indispensabile! B. Brecht L’anima buona del Sezuan

CANTO DEL GALLO DEL POSITIVISMO

Storia di un errore 1. Il modo vero, attingibile dal saggio, dal pio, dal virtuoso, - egli vive in esso, lui stesso è questo mondo. (La forma più antica dell’idea, relativamente intelligente, semplice, persuasiva. Trascrizione della tesi “Io, Platone, sono , la verità”). 2. Il mondo vero, per il momento inattingibile, ma promesso al saggio, al pio, al virtuoso (“al peccatore che fa penitenza”). (Progresso dell’idea: essa diventa più sottile, più capziosa, più inafferrabile – diventa donna, si cristallizza..). 3. Il mondo vero, inattingibile, indimostrabile, impromettibile, ma già in quanto pensato una consolazione, un obbligo, un imperativo. (In fondo l’antico sole, ma attraverso nebbia e scetticismo; l’idea sublimata,pallida, nordica, königsbergica). 4. Il mondo vero – inattingibile? Comunque non raggiunto. E in quanto non raggiunto, anche sconosciuto. Di conseguenza neppure consolante, salvifico, vincolante: a che ci potrebbe vincolare qualcosa di sconosciuto?... (Grigio mattino. Pri

IL PRINCIPE

3 E per chiarire meglio questa parte dico come è grandi si debbono considerare in dua modi principalmente: o si governarono in modo, col precedente loro, che si obligano in tutto alla fortuna, o no. Quelli che si obligano e non sieno rapaci, si debbono onorare e amare; quelli che non si obligano si hanno a esaminare in dua modi: o è fanno questo per pusillaminità e difetto naturale d’animo, allora tu te ne debbi servire, massime di quelli che sono di buono consiglio perché nelle prosperità te ne onori e non hai nelle avversità a temere di loro; ma quando è non si obligano per arte e per cagione ambiziosa, è segno come e’ pensano più a sé che a te; e da quelli si debbe el principe guardare e temergli come se fussino scoperti nimici perché sempre nelle avversità aiuteranno ruinarlo. 4 Debbe pertanto, uno che diventi principe mediante el favore del populo, mantenerselo amico, il che gli fia facile non domandando lui se non di non essere oppresso. Ma uno che contro al populo diventi princi