Passa ai contenuti principali

VISUALIZZAZIONI BLOG

COSCIENZA STORICA


Non solo il concetto, ma anche l’espressione « oggetto storico » mi sembra inutilizzabile. Ciò che noi vogliamo designare con essa, non è un « oggetto », ma una unità del « mio » e dell’« altro ». Ricordo, ancora una volta, ciò su cui ho già ripetutamente insistito: ogni comprensione ermeneutica comincia e finisce con « la cosa stessa ». Ma, da un lato, bisogna guardarsi dal misconoscere il ruolo della « distanza temporale », che sta tra il cominciare e il finire, e, dall’altro, bisogna guardarsi dal compiere una oggettivazione idealizzante della « cosa stessa », come fa lo storicismo oggettivistico. La de-spazializzazione della « distanza temporale » e la de-idealizzazione della « cosa in se stessa » ci conducono, allora, a comprendere come sia possibile conoscere nell’« oggetto storico» il veramente «altro» rispetto alle convinzioni e alle opinioni « mie »: cioè, come sia possibile conoscere entrambi. È dunque ben vera l’affermazione secondo cui l’oggetto storico, nel senso autentico del termine, non è un « oggetto », ma l’« unità » dell’uno e dell’altro. Esso è il rapporto, cioè l’« affinità », attraverso la quale si manifestano entrambi: la realtà storica, da una parte, la realtà della comprensione storica, dall’altra. Questa « unità » è la storicità originale in cui si manifestano, in maniera « affine », la conoscenza e l’oggetto storico. Un oggetto che ci perviene attraverso la storia, non è soltanto un oggetto che si fissa da lontano, ma quel « centro » in cui appare l’essere effettivo della storia e l’essere effettivo della coscienza storica.
H. G. Gadamer Il problema della coscienza storica

Commenti

Post popolari in questo blog

EPILOGO

Egregi spettatori, or non siate scontenti. Forse v’aspettavate che finisse altrimenti. Una leggenda d’oro avevamo inventata, ma poi, strada facendo, in male s’è cambiata. E sgomenti vediamo a sipario caduto Che qualunque problema è rimasto insoluto. Per di più, siete in diritto di dirci: «Volete che veniamo? Dovete divertirci!» Inutile inseguire pretesti e schermi vani: siam falliti se non battete le mani! Forse che la paura ha spento l’inventiva? Si è già visto altre volte. Ma un’altra via d’uscita neanche i vostri soldi han saputo ispirarla. Deve cambiare l’uomo? O il mondo va rifatto? Ci voglion altri Dei? O nessun Dio affatto? Siamo annientati, a terra, e non solo per burla! Né v’è modo d’uscir dalla distretta se non che voi pensiate sin da stasera stessa come a un’anima buona si può dare aiuto, perché alla fine il giusto non sia sempre battuto. Presto, pensate come ciò sia attuabile! Una fine migliore ci vuole, è indispensabile! B. Brecht L’anima buona del Sezuan

CANTO DEL GALLO DEL POSITIVISMO

Storia di un errore 1. Il modo vero, attingibile dal saggio, dal pio, dal virtuoso, - egli vive in esso, lui stesso è questo mondo. (La forma più antica dell’idea, relativamente intelligente, semplice, persuasiva. Trascrizione della tesi “Io, Platone, sono , la verità”). 2. Il mondo vero, per il momento inattingibile, ma promesso al saggio, al pio, al virtuoso (“al peccatore che fa penitenza”). (Progresso dell’idea: essa diventa più sottile, più capziosa, più inafferrabile – diventa donna, si cristallizza..). 3. Il mondo vero, inattingibile, indimostrabile, impromettibile, ma già in quanto pensato una consolazione, un obbligo, un imperativo. (In fondo l’antico sole, ma attraverso nebbia e scetticismo; l’idea sublimata,pallida, nordica, königsbergica). 4. Il mondo vero – inattingibile? Comunque non raggiunto. E in quanto non raggiunto, anche sconosciuto. Di conseguenza neppure consolante, salvifico, vincolante: a che ci potrebbe vincolare qualcosa di sconosciuto?... (Grigio mattino. Pri

UNIVERSO CONCENTRAZIONARIO

Da tale premessa si ricava il carattere principale dell’universo concentrazionario, il quale non è una istituzione penale, creata per la punizione e repressione di delitti e crimini, ma piuttosto una struttura politica di sradicamento del tessuto sociale mediante lo strappo e la cancellazione dalla società di interi settori e gruppi. A ciò si perviene, in primo luogo, attraverso la deportazione in massa e l’internamento di intere minoranze etniche e, inoltre, mediante l’internamento di categorie produttive (ad esempio, i coltivatori in proprio) e professionali (ad esempio, ingegneri, avvocati, militari, medici). In secondo luogo, uno stato complessivo di sradicamento sociale deriva dal trattamento riservato nei campi ai prigionieri. È chiaro che le esecuzioni in massa – nelle camere a gas o per fucilazione o colpo alla nuca o nei forni crematori – cancellano di per sé centinaia di migliaia di persone, e che altre masse umane periscono nei campi per stenti, maltrattamenti, torture. Ma p