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ENNEADI


Altri si sollevano un po’ dalla bassura, poiché la parte più nobile dell’anima loro li sospinge dal piacere alla bellezza; ma poiché non riescono a vedere le altezze – privi di altro sostegno cui appoggiarsi – precipitano in basso insieme con la loro decantata virtù all’agire pratico, cioè alla scelta tra le cose vili e basse donde prima avevan pur tentato di sollevarsi. V’è, infine, una terza schiera: uomini divini di più forte vigore e di sguardo più acuto che san vedere, come per una suprema intensità visiva, lo splendore superno e s’innalzano fin lassù quasi al di sopra delle nubi e della caligine terrena ed ivi dimorano disdegnando le cose tutte del mondo e deliziandosi di quel luogo – bene verace e avito – come un uomo che da tanto vagabondaggio abbia fatto ritorno alla patria sua, retta da buone leggi.
Ora, qual è questo luogo? E come vi si può giungere? Può giungervi colui che è di sua natura amante, colui che davvero, per costituzione, originariamente, ha vocazione alla filosofia: amante com’è, egli soffre i dolori del parto di fronte alla bellezza e nonché tenersi soddisfatto della bellezza corporea, s’invola, al contrario, da questa verso la varia bellezza dell’anima: virtù, scienze, costumi, consuetudini; e di qui sale ancora una volta in alto a ciò che è causa di bellezza nell’anima e più su ancora a ciò che lo precede fino a giungere in fondo a quel termine primordiale che è bello di per se stesso; quivi, sì, una volta che sia giunto, può placare il suo travaglio; ma prima giammai.
Plotino, Enneadi
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